Dal secolo scorso, ogni generazione in Italia (e in Europa) ha dovuto affrontare una grande minaccia. La spagnola, la Prima guerra mondiale, la Seconda guerra mondiale, la Guerra fredda… Oggi noi ne dobbiamo affrontare due: la pandemia e l’infodemia.
Quest’ultimo termine, coniato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, indica la sovrabbondanza di informazioni, tra cui si insinuano quelle false o imprecise - su qualunque tema.
L’infodemia rende più difficile trovare le fonti e gli orientamenti affidabili di cui abbiamo bisogno, è una vera e propria pandemia nella pandemia, che ha toccato l’apice proprio con il coronavirus.
L’esempio è sotto il nostro naso: basta aprire un social network per essere invasi da decine di notizie sul Covid-19, di cui molte imprecise, frutto di una visione parziale della realtà e, a volte, dettate dalla paura.
Questo è un periodo di stress e di incertezze, è un periodo in cui abbiamo bisogno di ricevere informazioni chiare e precise e di poterci fidare delle fonti, e invece alcuni si approfittano di questo momento di vulnerabilità per confonderci ancora di più.
Come è possibile approfondire alla sezione “
fighting disinformation” del sito della Commissione Europea, la disinformazione nuoce alla nostra capacità di prendere decisioni valide, saturandoci con informazioni contrastanti e rendendoci insicuri.
Le conseguenze possono essere gravi e arrivano addirittura a mettere a repentaglio la sicurezza delle persone, facendoci perdere fiducia nei governi e nei media.
Ad esempio, gli analisti di
EUvsDisinfo (un portale del Servizio europeo per l’azione esterna nato nel 2015, per rispondere meglio alle campagne di disinformazione della Federazione Russa) ritengono che alcuni soggetti stranieri, in particolare in Russia e Cina, abbiano attivamente diffuso informazioni false per seminare confusione e sfiducia a proposito della risposta dell'Europa al coronavirus. Queste operazioni mirate intendono influenzare l'opinione pubblica, nell'intento di compromettere il dibattito democratico ed esacerbare la polarizzazione sociale, migliorando al contempo l’immagine di tali Paesi nel contesto della pandemia.
Fake news in Italia: un terreno fertile
Purtroppo, l’Italia ha un triste primato in classifica europea: secondo l’OCSE (l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) siamo fra i primi Paesi in tema di analfabetismo funzionale. Questo significa che molte persone (circa una su due, il 47% del campione analizzato), leggendo un testo, non sono in grado di comprendere, valutare e usare le informazioni che ricevono, non sono in grado di determinare l’attendibilità della fonte e non sono in grado di difendersi in caso di disinformazione.
Secondo il report
Skills Matter generato proprio dall’OCSE, «la competenza nelle capacità di elaborazione delle informazioni è positivamente associata a molti aspetti del benessere individuale, in particolare la salute, le convinzioni sul proprio impatto sul processo politico, la fiducia negli altri e la partecipazione ad attività di volontariato». Non solo: gli adulti con una maggiore competenza in queste abilità tendono ad avere risultati migliori nel mercato del lavoro.
Un altro dato: in Italia ci sono circa 13 milioni di persone che ogni anno si rivolgono a maghi, fattucchieri o cartomanti, facendosi manipolare da persone senza scrupoli che sfruttano la loro fragilità e insicurezza.
Perché accade tutto questo?
Perché è più facile credere alle soluzioni semplici.
Oggi, il principio guida di ogni cosa è la complessità. Come racconta il fisiologo Alain Berthoz in La semplessità:
Qualunque cosa è complessa. L’economia è complessa, la vita nelle megalopoli è complessa, i meccanismi del morbo di Alzheimer sono complessi. Trovare un biocarburante efficace per sostituire il petrolio è complesso, gestire le famiglie separate e permettere contemporaneamente uno sviluppo armonioso dei bambini e la libertà sessuale dei genitori è complesso. Siamo schiacciati dalla complessità. Inoltre apparteniamo a diversi corpi sociali, religiosi e politici, e viviamo divisi tra numerose identità: siamo cittadini del nostro Paese ma anche dell’Europa, abitanti di un quartiere, medici o muratori, turisti, pazienti, clienti ed elettori. Ciascuna di queste identità ci inquadra, ci impone una serie di comportamenti, norme, abitudini e habitus che ci collocano all’interno di un intreccio di ragnatele sociali e psicologiche in costante mutamento, caratterizzate da una complessità che non ha eguali nella storia dell’uomo. La complessità investe ogni ambito, senza eccezioni. Di fronte alle sfide della complessità assistiamo a una proliferazione di metodi per semplificare. Tali metodi, destinati a evitare la follia collettiva e individuale dovuta all’impossibilità, per il nostro cervello, di elaborare l’immensa quantità d’informazioni necessaria per vivere, agire e comprendere, sbandierano un’apparente semplicità, espressa attraverso teorie astruse, che mascherano l’incapacità dei loro autori di cogliere il reale. […] Può quindi capitare che l’uomo, perso nella complessità reale del mondo e consapevole dell’inconsistenza di tali modelli formali, si riavvicini a credenze antiche e si volga all’oscurantismo.
Ecco quindi che credere ai maghi, alle teorie complottiste, alle dietrologie, risponde alla nostra esigenza di semplicità laddove lo scenario si fa complesso e non abbiamo armi sufficienti per comprenderlo.
Fake news: i cambiamenti provocati dal web
L’avvento del web ha provocato
cinque cambiamenti, come racconta bene
Annamaria Testa in un articolo sulla
disinformazione:
- Il processo di diffusione della disinformazione è accelerato fino a diventare istantaneo e pervasivo.
- I destinatari potenziali della disinformazione si moltiplicano esponenzialmente, fino a coincidere con l’universo delle persone in rete (e, se si tratta di immagini, anche la barriera linguistica cade). Su questo tema segnalo un’altra notizia che fa molto riflettere: come i meme siano uno dei più grandi veicoli di disinformazione.
- Si moltiplicano esponenzialmente anche le fonti possibili, nel senso che qualsiasi signor Nessuno, senza alcuna speciale abilità e senza dover essere un tiranno o un capo totalitario, può produrre efficace disinformazione, a costo zero.
- La soglia per catturare l’attenzione in rete si riduce (stiamo parlando di 8 secondi).
- Simmetricamente, la velocità di fruizione cresce. Tutto ciò diminuisce sia l’impatto potenziale dell’informazione affidabile, che di solito è meno urlata, sia la nostra attitudine a valutare e approfondire.
Se anche il web diventa complice nel fornirci una mole crescente di informazioni imprecise o sbagliate, che veicolano emozioni inappropriate, saremo più inclini a prendere decisioni sbagliate e inappropriate.
Un
esempio allarmante è ancora legato al
Covid-19 e ai
vaccini. Secondo uno studio pubblicato su
Nature (una delle riviste più affidabili dell’informazione scientifica) l'esposizione alla disinformazione online ha reso le persone meno disposte a fare il vaccino. Sono state
ampiamente diffuse numerose informazioni false sulla pandemia sulle piattaforme social: le reti 5G sono collegate al virus; i partecipanti alla sperimentazione di alcuni vaccini sono morti dopo aver assunto la dose; il virus è un’arma biologica e così via. La logica di tali fake news è evidente: si basano su paure preesistenti, seminano dubbi e cinismo sui vaccini, minacciando di limitarne l’assunzione.
La realtà è più complessa di quello che vorremmo, ma il nostro bisogno di semplicità non deve impedirci di comprenderla.
Difendersi dalle fake news
E quindi, come possiamo difenderci dalle bufale?
Se questa risposta fosse semplice, la piaga dell’infodemia non esisterebbe.
Non c’è una soluzione definitiva, ma ci sono delle buone pratiche da seguire.
Sempre per citare Annamaria Testa, scegliendo bene le fonti dalle quali farci influenzare. Perché siamo influenzabili, volenti o nolenti. E «prima ancora di sentirci responsabili di prendere le decisioni giuste dovremmo sentirci responsabili di dotarci delle informazioni giuste: il più possibile fondate, certe, verificabili, affidabili. In altre parole, dovremmo scegliere da che cosa lasciarci influenzare».
L’arma più potente che abbiamo a disposizione è scegliere bene le fonti da cui attingere informazioni. Quelle storiche, con la migliore reputazione, che spendono tempo ed energie per raccogliere informazioni che ripropongono senza fini di lucro (cioè non vogliono venderci prodotti o consulenze a sostegno delle proprie tesi), magari internazionali e non legate a un singolo Paese. Sono fonti distanti, è vero. Probabilmente non sentiamo l’OMS una voce amica come l’omeopata del nostro quartiere, ma impegnandoci riusciremo a percepirne le dovute, insindacabili differenze.
La disinformazione è una minaccia anche per le aziende, che alla fine sono fatte di persone. Molte imprese, per favorire l’empowerment dei propri collaboratori, chiedono loro di partecipare a corsi di
digital literacy: la capacità di utilizzare internet e le tecnologie dell’informazione per accedere, gestire, integrare e valutare le informazioni a partire da una vasta gamma di fonti accessibili tramite svariati dispositivi tecnologici.
La digital literacy rappresenta la competenza di base per diventare “buoni cittadini del web”, in quanto richiede l’affinamento del pensiero critico rispetto alla molteplicità di fonti disponibili che si trovano online.
Insomma, un percorso per poter essere meno fragili e indifesi nei confronti dell’infodemia. Una minaccia che, se non affrontiamo, avrà vita più lunga di quella del coronavirus.